Cronaca

Schiaffo alla SCU, catturato noto boss. Carcerati e famiglie finanziati anche con soldi del parcheggiatore abusivo del Perrino

BRINDISI – Scacco alla Sacra Corna Unita della frangia della famiglia Campana. Nelle prime ore del mattino di oggi (25 settembre)oltre 100 persone, tra agenti della Polizia di Stato della Questura di Brindisi, coadiuvati da numerosi equipaggi del Reparto Prevenzione Crimine Puglia, personale del IX Reparto Volo di Bari, hanno eseguito una vasta operazione di Polizia Giudiziaria coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce.

I nomi

Sono stati raggiunti da ordinanza di custodia cautelare, emessa dal GIP D’Ambrosio su richiesta del P.M. Giovanna Cannalire, ben 13 persone, di cui otto in carcere e cinque con l’obbligo di firma. In carcere finiscono Giovanni Donatiello (detto Cinquelire e tornato in libertà dopo l’ergastolo ma uscito nel 2018 per buona condotta) mesagne di 57 anni, Francesco Campana (ma già in carcere), mesagne di 47 anni, Enrico Colucci, brindisino di 66 anni, Angelo Pagliara, 57 anni di Brindisi, Teodoro (detto Rino) Valenti, 47enne di Brindisi, Cesario Monteforte brindisino di 54 anni, Antonio Signorile, 50 anni di Brindisi e Alessandra Di Lauro, brindisina 54enne. Con obbligo di firma, invece, Riza Mara, 31enne brindisino, Giuseppe Monteforte, brindisino di 34 anni, Lucia Monteforte, brindisina di 52 anni ed il fratelli Simone Sperti, 23enne brindisino, Marco Sperti, 33 anni di Brindisi. Tutti accusati di associazione di stampo mafioso ed a vario titolo di estorsione ai danni di imprenditori.

Inizio attività investigativa

L’attività investigativa, complessa ed articolata, ha consentito di monitorare  soggetti e vicende delittuose in un contesto associativo di stampo mafioso operante oltre che nel capoluogo in tutta la provincia. In particolare, tutti gli elementi acquisiti hanno permesso di dimostrare l’attuale operatività in questo territorio dell’associazione mafiosa “Sacra Corona Unita” e nello specifico di quella frangia storica facente capo al clan Campana, attiva sul territorio.

Le indagini, che hanno dato vita alla complessa operazione denominata ‘Old Generetion’, della squadra Mobile, ora diretta dal vicequestore Rita Sverdigliozzi, e dalla DDA di Lecce sono principiate nel 2015, dalla collaborazione di Antonio Campana. Sono state, così, ricostruite le affiliazioni alla frangia del fratello Francesco Campana, già accusato da Sandro Campana, morto suicida. ‘Old Generation’ proprio perchè i boss storici del sodalizio mafioso radicato nel territorio brindisino non sono mai ‘andati in pensione’. Anzi, hanno preso ancora più piede dopo il ritorno di Donatiello, che in questi due anni lontano dal carcere si mosso bene in zona, stando attendo ai vari spostamenti ed a non farsi mai raggiungere dai controlli delle Forze dell’Ordine. In più, la frangia storica della SCU ha puntato anche sul senso di omertà che accompagna questo territorio, così come evidenziato dal Questore di Brindisi, Ferdinando Rossi: “Quando sono arrivato un anno e mezzo fa, il mio primo approccio è stato quello di cercare di conoscere il territorio al meglio. Ora ho una visione più chiara di quello che è l’assetto criminale di questa provincia. C’è molta omertà tra i cittadini che hanno paura di denunciare. Bisogna denunciare sempre e comunque, solo così possiamo sconfiggere prima la criminalità. La Squadra Mobile e gli investigatori sono stati formidabili. Abbiamo arrestato un personaggio di rilievo di Mesagne, condannato all’ergastolo in precedenza. Dopo 30 anni di carcere è uscito. Ora, mi aspetto dal territorio una reazione importante. Non siamo un territorio immune alla mafia, perché ci sono personaggi che hanno fatto la storia della criminalità organizzata”.

I rapporti di parentela

Donatiello è finito in cella questa mattina all’alba. Coinvolti anche la moglie di Francesco Campana, Lucia Monteforte i figli della donna ed il fratello, Cesario Monteforte, in rotta con il boss per la suddivisione dei guadagni. La stessa Lucia Monteforte impartiva ai figli i diktat imposti dal marito Campana, durante i colloqui nel carcere di Opera, dove ora è attualmente detenuto. Giuseppe Monteforte, diversamente abile e su una sedia a rotelle, figlio di Cesario è il ‘responsabile’ (abusivo) del parcheggio dell’ospedale Perrino di Brindisi. “Riusciva a tirare su 80 euro al giorno, prima del lockdown, poi la cifra si è dimezzata”

La gerarchia ed i fatti

La misura cautelare in parola scaturisce da una complessa ed articolata attività investigativa svolta con sofisticate attività tecniche e con metodologie di indagine classica che hanno consentito di monitorare soggetti e vicende delittuose in un contesto associativo di stampo mafioso operante nella città di Brindisi e provincia. In particolare, tutti gli elementi acquisiti consentono di dimostrare l’attuale operatività in questo territorio dell’associazione mafiosa “Sacra Corona Unita” e nello specifico di quella frangia storica facente capo a Francesco Campana, attiva sul territorio dell’intera provincia. L’attività investigativa, che ha consentito di delineare i nuovi assetti ed i ruoli all’interno della consorteria criminale riferibile al clan Campana, vede protagonista nella provincia di Brindisi, già dal 2015, un sodalizio criminale rivelatosi con una puntuale delineazione strutturale, con attribuzioni di ruoli e gradi propri delle consorterie mafiose, riconducibile alla S.C.U. Fine ultimo del sodalizio risiede nella commissione di una serie di reati con particolare riferimento alle estorsioni, avvalendosi di un rinsaldato controllo del territorio e dell’assoggettamento delle vittime al modus operandi particolarmente intimidatorio dei consociati, forti del vincolo associativo e di sangue che al contempo consente loro di permeare e radicare l’interno di un tessuto sociale favorevolmente omertoso.

L’associazione risulta dotata di una struttura gerarchica ben definita all’interno della quale ciascuno dei membri ricopre ruoli e compiti ben definiti. Francesco Campana, nonostante lo stato di detenzione, è riuscito a mantenere contatti con gli affiliati anche per il tramite della compagna, Lucia Monteforte, che con regolare frequenza si reca a fargli visita. Questa, a sua volta, mantiene i contatti con gli altri compartecipi dell’organizzazione malavitosa. Nella struttura verticistica della frangia brindisina della S.C.U., ad un gradino immediatamente più basso rispetto al capo indiscusso, si è collocato per diverso tempo Cesario Monteforte, detto Rodolfo. Questi, fratello di Lucia, è divenuto il punto di riferimento per la criminalità brindisina, in quanto, sebbene sia stato più volte detenuto, ha ricevuto, evidentemente da Francesco Campana, la investitura ad organizzare il sodalizio criminoso nella città di Brindisi. Le disposizioni impartite da Monteforte giungevano all’esterno del carcere, durante il suo stato di detenzione, con estrema facilità grazie al ruolo di portavoce, svolto dalla compagna Alessandra Di Lauro.

La posizione criminale di Antonio Signorile emerge dall’attività tecnica che consacra la sua appartenenza all’organizzazione mafiosa denominata Sacra Corona Unita ed, in particolare, il suo ruolo di reggente del gruppo operante in seno al predetto sodalizio. Signorile è il referente diretto di Cesario Monteforte, inizialmente per il tramite della moglie di quest’ultimo, Alessandra Di Lauro, quando lo stesso era detenuto.

Tra le persone organiche al sodalizio vi è anche Teodoro Valenti, detto Rino, personaggio legato alla criminalità comune e che, da ultimo risulta essersi avvicinato al gruppo Campana unitamente al genero Riza Mara. Tanto Valenti quanto Mara risultano attivi nelle estorsioni in danno di pregiudicati locali che, in tal modo venivano costretti a corrispondere somme mensili di denaro alla organizzazione, motivate nello specifico per il mantenimento in carcere di Cesario Monteforte. Agli stessi viene contestata l’aggravante di aver agito quali appartenenti all’associazione mafiosa.

Valenti e Mara sono, altresì, ritenuti responsabili di una serie di illeciti e violenti comportamenti nei confronti di alcuni soggetti, rei di non essersi prodigati abbastanza in favore della consorte di Monteforte, per sottometterli, senza alcuna possibilità di replica, alla volontà di quest’ultimo, avvalendosi della forza intimidatrice derivante dall’appartenenza al sodalizio mafioso vicino a Giovanni Donatiello nella provincia brindisina, con imposizioni effettuate nei confronti di piccoli imprenditori locali, anche per assicurare il necessario supporto economico agli affiliati detenuti ed alle loro famiglie.

Enrico Colucci è ritenuto, invece, responsabile del delitto di estorsione tentata perché, manifestando la sua appartenenza a locali gruppi mafiosi, mediante minacce attuate nei confronti di imprenditori, realizzava intenti criminosi finalizzati alle richieste estorsive così come specificatamente concertate all’interno dell’organizzazione criminale della S.C.U.

Gli elementi di prova raccolti nei confronti di Giuseppe Monteforte e Lucia Monteforte dimostrano che gli stessi hanno assunto nella vicenda un ruolo di concorrente “esterno” che seppure non ”fa parte” dell’associazione, fornisce tuttavia un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo alla stessa. Gli stessi risultano indiziati del delitto di cui all’art. 416 bis, c.p. e 71 D.L.vo n. 159/2011 per avere fatto parte o continuato a far parte dell’associazione di tipo mafioso denominata “Sacra Corona Unita”, territorialmente strutturata in diverse articolazioni, ciascuna con un proprio referente, ed avente influenza nelle province di Brindisi e Lecce, connotata da forte carica d’intimidazione e dalla fama criminale acquisita nel tempo con la lunga e stabile presenza sul territorio. I due Monteforte, in concorso con altri, sono ritenuti responsabili di una serie indeterminata di reati con particolare riferimento ad una diffusa attività estorsiva in danno degli esercenti attività commerciali e degli imprenditori agricoli per realizzare profitti e vantaggi ingiusti per sé e per altri; per assumere il controllo o esigere il rendiconto di qualsiasi attività illecita da chiunque svolta, comportante significati profitti; per mantenere il controllo del territorio ed acquisire disponibilità finanziaria, anche per assicurare il supporto economico agli affiliati detenuti ed alle loro famiglie.

Angelo Pagliara risulta responsabile del delitto di estorsione perché, avvalendosi della forza intimidatrice derivante dall’appartenenza della SCU, contattando in più occasioni imprenditori brindisini, in atti identificati, facendo forza su un intervento “impositorio”, quale chiara ed evidente dimostrazione ed attestazione di controllo del territorio da parte del proprio gruppo mafioso e tale da creare uno stato di sottomissione e paura, costringeva gli stessi a consegnare una somma di denaro necessaria per il sostentamento economico proprio e degli altri affiliati liberi e detenuti, nonché delle rispettive famiglie; con le aggravanti di aver agito quale appartenente all’associazione mafiosa.

Si accertava, inoltre, che Angelo Pagliara era sottoposto alla misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale di P.S. per la durata di anni tre con l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza contravveniva ripetutamente alle prescrizioni imposte.

I fratelli Sperti, invece, ritenuti responsabili dei delitti di percosse e lesioni, aggravate dall’avere agito con metodo mafioso (416 bis c.p.), in particolare della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, ponendo in essere le condotte in pieno giorno ed in centro abitato, contando sul fatto che nessuna circostanza relativa all’aggressione sarebbe stata riferita alle Forze dell’Ordine da chi l’aveva subita.

Giovanni Donatiello, in concorso con gli altri indagati, è ritenuto responsabile del delitto di cui all’art. 416 bis, c.p. per avere fatto parte o continuato a far parte dell’associazione di tipo mafioso denominata “Sacra Corona Unita”, territorialmente strutturata in diverse articolazioni, ciascuna con un proprio referente, ed avente influenza nelle province di Brindisi e Lecce. La stessa risulta connotata da forte carica d’intimidazione e dalla fama criminale acquisita nel tempo con la lunga e stabile presenza sul territorio, anche durante il periodo di detenzione dei suoi referenti, e più in particolare della frangia storica facente capo a Campana ed attiva sul territorio di Brindisi, finalizzata a commettere, avvalendosi della forza intimidatoria derivante dal vincolo associativo e dalle conseguenti diffuse condizioni di assoggettamento ed omertà che ne derivano, palesando altresì disponibilità di anni e materiale esplodente, una serie indeterminata di reati con particolare riferimento ad una diffusa attività estorsiva in danno degli esercenti attività commerciali e degli imprenditori agricoli per realizzare profitti e vantaggi ingiusti per sé e per altri. Quanto premesso per assumere il controllo o esigere il rendiconto di qualsiasi attività illecita, da chiunque svolta, comportante significanti profitti per mantenere il controllo del territorio ed acquisire disponibilità finanziaria, anche per assicurare il supporto economico agli affiliati detenuti ed alle loro famiglie.

Francesco Campana Giovanni Donatiello, entrambi già condannati per associazione di tipo mafioso, continuano a far parte della frangia storica, operativa sul territorio di Brindisi, con un ruolo direttivo dall’interno del carcere Campana e con più ampi margini di operatività, per ragioni di libertà, Donatiello, mantengono il capillare controllo del territorio e delle attività illecite, grazie all’apporto dei rispettivi affiliati. Donatiello, a partire dal giorno della scarcerazione assumeva nuovamente il ruolo di “leader” all’interno del sodalizio mafioso, anche perché, di fatto, unico personaggio di spicco in libertà, ed al lui risultano affiliati numerosi soggetti da sempre inseriti nel circuito associativo e legittimati dallo stesso ad operare sul proprio territorio di competenza.

A tutto ciò, infatti, è correlato l’atto intimidatorio ai danni del bar Crazy Caffe del rione Commenda di Brindisi (una bomba nel cuore della notte).

Tommaso Lamarina

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