Cronaca

Come il racket a Brindisi ‘finanziava’ il clan Romano: “Azioni punitive, incendi e picchiato a sangue chi non pagava”

BRINDISI – “Ero il boss, pronto a fare guerra a tutti”. Queste le parole di Andrea Romano, 35enne brindisino, davanti ai pm dell’antimafia di Lecce. Il boss ha, dunque, confessato di essere stato a capo di un sodalizio mafioso, con base a Sant’Elia, di avere disponibilità di bombe e tritolo per estorsioni. Romano ha anche fornito la ricostruzione dei canali di approvvigionamento della cocaina. Secondo quando asserito dal boss nei verbali, egli aveva il pieno controllo di tutte le attività illecite di zona e decideva la qualsiasi. “Controllavamo slot machine ed il parcheggio dell’ospedale Perrino. Picchiato a sangue chi non pagava. Una volta mi chiesero anche di uccidere uno che dava problemi”. Romano ha anche consegnato agli inquirenti un foglio con i nomi degli affiliati e di quelli in attesa. Il 35enne uccise nel 2014, a colpi di pistola, Cosimo Tedesco, 52enne. Per questo sta scontando l’ergastolo, arrestato dai Carabinieri di Brindisi. L’assassinio avvenne nell’appartamento del neo pentito, per futili motivi, dopo una lite.

Andrea Romano, cresciuto nel quartiere Cappuccini di Brindisi e diventato, poi, il capo del sodalizio con base a Sant’Elia, ha riferito dettagliatamente agli inquirenti il racket anche delle slot machine: “Si facevano azioni punitive o incendi”. L’attività messa in piedi dal boss brindisino risale al 2014, sulla falsa riga dei ‘vecchi’ della Sacra Corona Unita, quale il boss Francesco Campa, a cui Romano da giovane era affiliato. Da allora il suo clan controllava gran parte delle attività commerciali di Brindisi, come lo stesso Romano ammette. “Nei confronti di chi non pagava, venivano organizzate spedizioni punitive, attentati incendiari e qualcuno è stato anche picchiato a sangue”.

I proventi illeciti servivano a ‘finanziare’ in parte il clan Romano. Tutte le decisioni venivano prese nelle riunioni che avevano luogo puntualmente nella casa del boss brindisino, in piazza Raffaello, nel rione Sant’Elia. Tra gli affiliati, vi erano “Luca Ciampi, Ivano Cannalire, quando questi era ai domiciliari, peraltro autorizzato a uscire dalla propria abitazione, Alessandro Polito, Sandro Coffa, Francesco Coffa detto ‘Ntramalonga, Tatani Burin”, ha affermato Romano davanti a Giovanna Cannalire, pm della DDA di Lecce. In loco, dunque, si decidevano tutte le azioni più importanti del clan circa le attività commerciali, ma anche in relazione allo spaccio di droga e l’imposizione della slot machine nei locali. “A riscuotere le estorsioni delle slot ogni 15 giorni o mensilmente provvedevano gli affiliati di Ivano Cannalire”.

Quando qualcuno non pagava, “si organizzavano azioni punitive cui provvedevano prevalentemente Tatani Burin, Vito Simome Ruggero, Francesco Coffa detto Piacone, i fratelli Gianluca e Mario Volpe, Davide Di Lena e Andrea Reho”. Romano anche riferito che in una circostanza il titolare di un bar di Brindisi venne picchiato a sangue perché non aveva corrisposto la mensilità.

Romano, poi, ha raccontato come il suo sodalizio mafioso gestiva il parcheggio dell’ospedale Perrino di Brindisi: “Era tutto sotto il nostro controllo – si legge nel verbale – ricordo che la gestione dei parcheggi dell’ospedale Antonio Perrino di Brindisi, subito dopo la costruzione dello stesso, era nelle mani di omissis. Di seguito passò a omissis che provvedeva con tale omissis e altri suoi affiliati”. Gli ‘incassi’ del Perrino, però, evidentemente facevano gola a molti. “Omissis ebbe un litigio con omissis e si rivolse anche a me chiedendomi di farlo sparare nel senso di ucciderlo. Io mi sono rifiutato perché avevano degli accordi e degli affari in corso con omissis e quindi fu deciso di togliere la gestione del parcheggio dell’ospedale a omissis e di affidarla a omissis che provvedeva assieme alla sua famiglia”.

Qualche giorno dopo le sue prime dichiarazioni da collaboratore di giustizia, è stato incendiato il chioschetto per il pane della moglie di Romano, a poche decine di metri dal Di Summa, nel rione Cappuccini. Era il 10 febbraio scorso. Un tempo, la struttura era un’edicola, ora una rivendita di pane, L’ordigno ha divelto di tutto. L’attività ancora non era stata aperta, per via del completamento dei lavori. Sul posto, oltre ai Vigili del Fuoco, i Carabinieri di Brindisi, congiuntamente al reparto del Norm, coordinati dal Maggiore Stefano Giovino e dal Tenente Marco Colì. Il movente potrebbe essere una ritorsione, al netto, appunto, delle dichiarazioni del pentito Romano delle scorse ore precedenti all’attentato.

Tommaso Lamarina

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